Furlan, Camusso e Barbagallo: il confine tra scioperi “propaganda” e manifestazioni “intelligenti”.

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Come cittadini, lavoratori, studenti e pensionati italiani, abbiamo atteso anche questa volta che si consumasse il “rito” dello sciopero generale, protesta e recriminazione per alcuni, protesta e recriminazione (superflua) per altri, di certo per taluni, appuntamento ormai fisso dopo ogni entrata di un nuovo governo.

Un’adesione che, al di là delle immagini scenografiche di TV e Internet, è stata in realtà a macchia di leopardo, coinvolgendo circa il 60% della forza lavoro italiana, rispecchiando quindi a grandi linee quelli che sono i rapporti in numeri tra le organizzazioni aderenti CGIL, UIL e UGL, e la non adesione della CISL, numeri complessivi che smentiscono in gran parte la tesi di chi gridava ai quattro venti di essere riuscito a coinvolgere in massa anche iscritti e simpatizzanti CISL o non aderenti ad alcun sindacato.

Uno strumento quello dello sciopero quindi, diventato quasi da “propaganda” piuttosto che un mezzo per ovviare a delle necessità, come ad esempio quelle dei lavoratori del pubblico impiego a secco di rinnovo contrattuale da sei anni – e condotti quindi ad un più che giustificato sciopero di settore esclusivamente dalla CISL – oppure da utilizzare secondo le varie criticità di settore, come ad esempio lo sciopero unitario dei call center del 21 Novembre.

Andando oltre, tra chi ha scioperato perché gli è stato riferito che “avrebbe rischiato il licenziamento a comando “ da parte della propria azienda, chi l’ha fatto solo per sostenere il proprio delegato o RSU di fiducia, chi dell’art.18 non ne conosceva bene la composizione ma sapeva soltanto che “tutela i lavoratori”, chi dell’art. 13 non ne era giustamente nemmeno informato circa l’esistenza, spiegata rapidamente come un concetto standardizzato sotto la parola “demansionamento” – per chi, cosa e per come pare non abbia avuto tempo di spiegarlo nessuno – e chi infine, non gliene importava niente, ma ne ha approfittato per un lungo weekend alla luce di un sole non propriamente dicembrino, così e non solo si è arrivati al fatidico giorno X.

“E’ un modo per dimostrare che il governo sbaglia ad escludere i confronti “ ha sostenuto S. Camusso (CGIL) appigliandosi ad un concetto -legittimo- che quantomeno non le si può contraddire; “bisogna tenere conto della piazza” ha rilanciato il Presidente Napolitano, “ora siamo pronti al dialogo” ha quasi ritrattato C. Barbagallo (UIL) a distanza di circa un mese da quando di quello sciopero, ammise un po’ timidamente e forse troppo tardi di poterne fare a meno video intervista.

Alla fine aveva ragione Annamaria Furlan, quando il 2, il 3 e il 4 Dicembre a Firenze alla “Leopolda”, Napoli (video) e Milano, ha ribadito davanti a decine di migliaia di persone – queste non proprio alla ricerca di un weekend di sole – che “ se fosse così facile risolvere il lavoro in Italia o modificare il Jobs Act, ne faremmo dieci (di scioperi)”, lasciando intendere inoltre in un’ intervista per l’Espresso che lo sciopero sull’art.18 avrebbe avuto un senso se fatto prima della riforma del lavoro Monti-Fornero, ovvero quando furono fatalmente aperte le porte agli indennizzi per diverse forme di licenziamento economico con reintegri ‘bypassabili’ da un criterio di ‘giusta causa’ potenzialmente aggirabile da parte delle aziende con la facilità con cui si riesce a rubare caramelle ad un bambino, ma a spiegarle queste cose alla piazza non ci han pensato né Landini, né Camusso, né Barbagallo né tantomeno le loro equipe di esperti dello slogan “noi diciamo no” sparsi un po’ ovunque nella nostra Italia del lavoro o del non lavoro.

Tornando però al presente, c’è da discutere su come il Jobs Act modificherà oltre ai fantomatici articoli, il futuro di milioni di ‘lavoratori invisibili’ a cui da ormai troppi mesi da visibilità soltanto la CISL, quei due milioni tra co.co.pro, falsi associati in partecipazione e false P. IVA che sono il vero scandalo di un’Italia che vuole marciare avanti, ma non guarda a chi nemmeno ha iniziato a camminare sul lungo percorso della vita lavorativa; due milioni di veri precari inquadrati in quei contratti a progetto che sono la prima interfaccia di chi un lavoro disperatamente lo cerca tra giovani, laureati ed esodati, ma che non lo considerano tale per via di collaborazioni che non hanno nulla di stabile salvo la loro stessa instabilità; due milioni di veri precari da assorbire nel Jobs Act e anche per loro la CISL attende con ansia la convocazione del governo insieme a CGIL e UIL, come dichiarato appunto da Furlan in un’intervista a La7 dopo il fantomatico sciopero del 12 Dicembre, che rischia seriamente di non lasciar traccia di se, eccetto che nelle buste paga di chi vi ha aderito.

Da notare infine come Annamaria Furlan ha lanciato la sua idea circa la revisione del fisco tramite una legge d’iniziativa popolare; è o no questo un modo intelligente di coinvolgere attivamente i lavoratori?

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