Il calvario di Almaviva è quello di un settore vittima dell’indifferenza

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Quello che sta accadendo per il call center Almaviva è una storia che se si potesse racchiudere in un libro, sarebbe composto solamente da una pagina ripetuta in maniera ciclica, fatta di comparse e sceneggiature purtroppo già viste nel complicatissimo mondo dei call center, con gli stessi protagonisti – su tutti i sindacati e una parte delle istituzioni e gli stessi antagonisti, ovvero la schiera degli imprenditori “cattivi” che coprono le nefandezze dei customers, a loro volta partner dominanti dei loro “Yesman” e con le spalle coperte dai “Bravi” della politica in giacca e cravatta che, con le istituzioni prima citate hanno poco da condividere, ma che nelle stanze che contano hanno sempre l’ultima parola.

Tuttavia i veri attori protagonisti nonché vittime di questo romanzo interminabile, con tanto di copertina logora e usurata, non possono che essere sempre loro, l’esercito lavoratori dei call center che ai limiti della lobotomizzazione, devono fare di tutto affinché la loro routine lavorativa mantenga la sua costante nel tempo, assicurando quantomeno un presente e un futuro.

Ciò che resta da valutare oggi è tutto ciò che è prettamente collegato alla qualità di quel futuro da garantire ai lavoratori di Almaviva e degli altri call center che fungono da cardine per la complessissima macchina del customare care italiano, ogni giorno alle prese con problem solving, caring et simili.

Per ora non resta che provare a tirare un sospiro di sollievo per questi lavoratori, ammesso che anche nella loro pagina di questo libro che al momento pare essere interminabile e ancora stracolmo d’indifferenza, sia previsto un lieto fine.

Call center : Il puzzle del paradosso di Teleperformance: nel Paese delle non leggi e di quelle aggirate

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CISL PUGLIA BASILICATA FISTEL Non bastava cercare di crearsi un futuro in una delle città col peggior tenore di vita d’Italia, ai tremila lavoratori di Teleperformance Taranto, tra dipendenti e collaboratori a progetto, spetta l’arduo compito di cercare di dare un seguito al proprio futuro ponendo le fondamenta in una realtà instabile di un settore che lo è ancora di più. Sulle micro e macro storie di Teleperformance si potrebbero scrivere decine di articoli come questo, tra storie di coraggio di centinaia di nascite, di matrimoni, di mutui e prestiti accollati, tutto ornato da livelli di performance qualitativamente eccezionali. Il fattore cruciale, quello della qualità, quasi fa sorprendere a chi la nostra realtà non la conosce, vista la recente attenzione mediatica circa l’utilizzo delle “bandierine” per lasciare la postazione, che volontariamente o involontariamente, ci ha accollati l’immagine di lavoratori non proprio dediti al lavoro. Nel caotico puzzle della recente storia della crisi di Teleperformance, che ci portiamo avanti in pratica da subito dopo le assunzioni del 2007, si aggiungono nuovi pezzi fondamentali: dopo un primo incontro al Ministero del Lavoro il 25 Giugno, i sindacati sono riusciti a sopraelevare alla politica “che conta” un aspetto cruciale della crisi dell’azienda, quelle ormai famose “gare al massimo ribasso” che stanno letteralmente sterminando un settore che conta ottantamila lavoratori che la politica non considera tali, che nessuno conosce, ma che quotidianamente rispondono a tutte le esigenze essenziali di un’intera nazione. La vertenza dell’azienda va di pari passo quindi con la richiesta urgente inoltrata al Primo Ministro Matteo Renzi e al Ministero dello Sviluppo Economico da parte di Cgil-Cisl-Uil di categoria, atto a normalizzare o quantomeno a ridurre, l’eterno problema dell’assegnazione degli appalti che a oggi si basano esclusivamente su fattori economici, ma che domani dovrà tenere conto anche, se non innanzitutto, di criteri di qualità espressi dai call center. Nel frattempo però, a Taranto migliaia di famiglie non dormono e sono in trepidante attesa circa lo svolgersi dei vari incontri istituzionali tra sindacati, azienda e funzionari dei ministeri predisposti a sbrogliare questa imponente matassa, e quindi l’incontro del 10 Luglio doveva essere quello decisivo, doveva ma non lo è stato. Dopo diciassette ore di trattativa ci si è salutati con un nulla di fatto, o meglio con un arrivederci a Taranto col tentativo di trovare una soluzione immediata a fronte di un processo di esternalizzazione delle sedi in procinto di essere consumato dall’azienda, atto a creare delle società in sostanza distaccate, con Taranto che farebbe bilancio da sé, e che alla luce delle condizioni di mercato e non solo, rischierebbe di vedere segnato il proprio destino. In questo scenario, che tutti a Taranto si augurano cambi aspetto, c’è nel frattempo il paradosso di una quotidianità lavorativa da vivere, da respirare tra le sale del call center, tra i volti di lavoratori che tra una telefonata e un’altra, avvisano per andare al bagno e si chiedono per quanto tempo lo dovranno ancora fare, e se un domani ci sarà effettivamente la possibilità di trascorrere le proprie giornate nella loro seconda casa, nel call center del settore e della città dei paradossi.

Link all’articolo:

http://www.cislpugliabasilicata.it/3074-il-puzzle-del-paradosso-di-teleperformance–nel-paese-delle-non-leggi-e-di-quelle-aggirate,-c%E2%80%99e-la-storia-del-call-center

Il Ministro Guidi e la problematica Call Center: ciò che non si sa e che dovrebbe essere detto.

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Il Ministero dello Sviluppo Economico annuncia le “nuove” misure per il contrasto alla crisi del settore dei call center, e lo fa attraverso il suo massimo esponente, il Ministro Guidi che afferma che si “disincentiveranno le delocalizzazioni” aggiungendo che Il ministero “si è attivato per garantire la corretta applicazione della legge che impone all’operatore telefonico di dare all’utente informazione sul luogo di ubicazione del call center”. link

In queste due affermazioni che agli occhi di chi quel mondo lo vive, sanno quasi di premio di consolazione, ci sono gli indizi, sempre più realtà, che confermano come questo Governo abbia serie difficoltà a interfacciarsi col mondo dei call center e a capirne le problematiche, a studiarne le risoluzioni, cercando di stanare un’emorragia incessante di perdita di lavoro con ipotesi di soluzioni che oltre a rischiare di essere inefficaci, sono tardive se correlate a quando le organizzazioni sindacali di categoria FISTel CISL SLC CGIL e UILcom lanciarono i primi campanelli di allarme, l’ultimo a Novembre.

Se si considerano le perdite di lavoro e la mole delle vertenze aperte nel 2014 per i Call Center, si può affermare con certezza che si è sfiorato un disastro, considerate le svariate realtà lavorative che da nord a sud hanno usufruito o godono di ammortizzatori sociali e/o accordi con le organizzazioni sindacali atti all’aumento della produttività; E-Care, Almaviva, Teleperformance, Infocontact, Accenture, Voice Care, seppur con dinamiche decisamente differenti, sono solo alcuni esempi.

Entrando nel merito delle dichiarazioni del Ministro Guidi, “disincentivare le delocalizzazioni” può essere parte della risoluzione del problema, ma certamente non risulterà sufficiente: poiché come rilevato da tempo da FISTel, SLC e UILcom, “l’errata trasposizione della Direttiva Europea 2001/23 – cioè il mantenimento dei diritti dei lavoratori in caso di trasferimenti delle imprese – ha creato in Italia un vuoto normativo che consente di creare crisi occupazionali esclusivamente per ridurre il salario dei lavoratori e ridurne i livelli di diritti.” tali problematiche sono state denunciate svariate volte non solo al Ministero dello Sviluppo Economico ma anche alla Commissione per il lavoro pubblico e privato; considerate le odierne esternazioni del Ministro Guidi, va da sè pensare che cimentarsi realmente nella risoluzione del problema a questo Governo risulti quantomeno complicato.

Andando oltre, il Ministro Guidi ha evidenziato come il ministero si sia attivato per garantire la corretta applicazione della legge che impone all’operatore telefonico di dare all’utente informazione sul luogo di ubicazione del call center.

Anche questa affermazione, seppur apparentemente e semanticamente corretta, mi lascia personalmente perplesso oltre che per tempestività, per ciò che vuole realmente significare; la domanda che come lavoratore call center e come consumatore mi pongo è la seguente:

Quando realmente l’operatore telefonico fornisce all’utente l’informazione sul luogo del call center? E se lo fa, a cosa può realmente servire?

Andiamo con ordine e partiamo dal caso in cui l’operatore fornisce le informazioni sul luogo del call center: considerati per l’utente i tempi medi di attesa per la lavorazione effettiva della sua chiamata e contatto con l’operatore di assistenza, che a volte possono protrarsi per diversi minuti, quanto è realmente importante se la chiamata in assistenza è gestita dall’Italia piuttosto che dalla Romania, dalla Tunisia, dall’Albania? E’ probabile che l’utente non sarà felicissimo una volta accortosi di parlare con un operatore dall’estero ma in linea di massima continuerà regolarmente la sua conversazione poiché avrà il solo interesse nel risolvere il suo problema.

Andando oltre però, bisogna basarsi su ciò che accade realmente:

Quante volte effettivamente l’operatore telefonico fornisce gli estremi sulla sua localizzazione? Non lo fa semplicemente perché prima che la telefonata gli venga affidata, una voce guida anticipa all’utente che “la chiamata potrebbe essere gestita dall’estero” o quantomeno questo è ciò che accade con la maggior parte dei servizi di cui ogni giorno usufruiamo e da cui come consumatori dovremmo pretendere un trattamento all’ altezza dei costi richiesti per l’erogazione degli stessi.

In sintesi e a parere personale, l’esternazione del Ministro Guidi è stata insufficiente sia per tempestività che per i contenuti esposti, e non aiuta una categoria che a dispetto dei luoghi comuni, funge quasi come una catena di montaggio per i servizi di svariata entità erogati in fase di assistenza h24 e non solo, visto che la quasi totalità dei servizi di cui usufruiamo ogni giorno è gestito in tutte le sue fasi, in outsourcing – ossia a distanza – da un call center (ad es. dalla gestione del nostro traffico telefonico, alle emissioni delle fatture di qualsiasi tipo, ai reclami ecc)

Mentre quindi all’estero si parla già di infrastrutture IT e dei data center come nuove frontiere della lavorazione in outsourcing, alla luce della trascuratezza con cui in Italia si tratta il problema dei lavoratori dei Call Center, a questi e come dimostrato anche da questa recente indagine Istat, non resta che convivere con un senso d’insicurezza circa il proprio posto di lavoro cercando quotidianamente con l’ausilio del sindacato di difenderne i diritti.

E’ il Call Center che chiama, ma la politica continua a non rispondere (parte 2)

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Ci eravamo lasciati allo sciopero del 4 Giugno e ai call center di tutta Italia che anziché rispondere al telefono alle esigenze dei clienti, hanno deciso di far sentire la propria voce per rivendicare i propri diritti, quelli di sessantamila lavoratori oltre che un numero interminabile di co.co.pro. quei “precari” di cui tutti conoscono la voce, ma nessuno riconosce diritti e dignità lavorativa.

Facciamo però una breve analisi, prendendo un estratto del comunicato stampa del 17 Ottobre firmato da SLC-CGIL, FISTel-CISL e UILCOM UIL.

“Quanto sta accadendo era stato previsto e preannunciato tanto che il Governo aveva avviato, nel mese di giugno, un tavolo di crisi per il settore. In tale occasione le Organizzazioni Sindacali avevano evidenziato come, l’errata trasposizione della Direttiva Europea 2001/23 sulla tutela dei lavoratori, con la mancata estensione delle tutele previste dall’ articolo 2112 del c.c. in occasione della successione o cambio di appalti ha creato in Italia un vuoto normativo che consente di creare crisi occupazionali esclusivamente per ridurre il salario dei lavoratori e ridurne i livelli di diritti […]Il Governo, in una prima fase, aveva ritenuto giuste le rivendicazioni sindacali nonché doveroso provare a dare una risposta ai lavoratori. Dopodiché, le pressioni esercitate dalla committenza che immaginiamo non esser mai state effettuate alla luce del sole, hanno portato il Governo a ritirarsi e non convocare più il tavolo sui Call Center che invece viene sbandierato nelle risposte alle interrogazioni parlamentari dal ministro di turno. Tutto ciò non è più sopportabile. “

E’ da qui che si riparte, dalla necessità di farsi sentire al cospetto di un Governo che non ascolta ciò che non è più ignorabile, ed è per questo che per il 21 Novembre, le organizzazioni sindacali di categoria SLC-CGIL, FISTel-CISL e UILCOM UIL, dichiarano la seconda giornata di sciopero nazionale con manifestazione e notte bianca dei call center a Roma; ancora una volta qualsiasi tipo di servizio a cui si vorrà accedere, dall’ energia elettrica alla telefonia, all’ assistenza telefonica per i servizi pubblici, l’intera rete di assistenza call center d’Italia dovrà fermarsi e non rispondere alle esigenze continue di oltre sessanta milioni di cittadini italiani.

Per chi ancora non l’avesse compreso, come per le catene di montaggio, dove ognuno svolge meticolosamente il proprio compito affinché il prodotto finale sia soddisfacente e risponda perfettamente alle costanti ed esigenti richieste del mercato – siderurgico, tessile o chimico non importa – anche la catena umana dei “problem solver” comunemente conosciuti come gli operatori di assistenza call center, si fermerà per far capire definitivamente al nostro Paese che nella macchina eternamente in movimento che produce economia, denaro, lavoro quindi PIL, ci sono anche decine di migliaia di operatori telefonici che gestiscono a qualsiasi ora innumerevoli problemi, facendo riferimento a specifiche formazioni su dinamiche complesse e avanzate destinate a loro grazie ad accordi tra call center e aziende in appalto (clienti)

Più efficienza significa avere più rispetto per un sistema di lavoro che oggi subisce passivamente un mercato irregolare – a cui comunque è chiesto di fornire qualità e quantità – che allo stesso tempo reincarna l’essenza del vero precariato, condizione che il Governo Renzi non può più permettersi di ignorare, e il 21 Novembre l’Italia dei call center farà ancora sentire la propria voce non per aiutare il sistema economico italiano, ma per tutelare il futuro e la dignità del proprio lavoro.

#JOBSDAY CISL: intervento personale su Garanzia Giovani e welfare in Italia

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Da ragazzo mi rendo conto che troppo spesso qui in Italia, qualsiasi sia il problema da affrontare o l’obiettivo da raggiungere, partiamo in ritardo oppure quando siamo pronti per partire, lasciamo che l’organizzazione sia gestita con modelli sbagliati.

In Inghilterra ad esempio, una nazione che ho visitato di recente, ciò accadrebbe molto difficilmente poiché comprendendo dove si sta direzionando il nuovo mercato del lavoro, perfino le realtà che nel nostro Paese rientrerebbero nello stereotipo di lavoro “precario” ( o ancora peggio tra le realtà “pagate a nero”), sono tenute ad assumere il personale – spesso proveniente dall’ estero, troppo spesso italiano – dopo un periodo di “prova” in cui si testa la dimestichezza con la lingua e l’attitudine alla mansione da svolgere, e con una retribuzione sufficiente per potersi autogestire in città con un costo della vita certamente inferiore alle varie Roma, Milano, Bologna ecc.

Dimenticavo inoltre che queste nuove realtà lavorative, spesso sono gestite da piccoli imprenditori provenienti dall’ Oriente, perfettamente integrati con la cultura occidentale e non adocchiati come parassiti o addirittura potenziali terroristi, ma questa è un altro discorso.

Mentre tutto ciò adesso accade fuori dai nostri confini, in Italia i NEET, l’acronimo di “not in education, employment or training” – che non lavorano, non studiano e non svolgono corsi/tirocini/attività – ragazzi con un’età pari o inferiore ai ventinove anni, toccano quota un milione e mezzo.

I NEET sono i ragazzi cui fa riferimento il Piano Garanzia Giovani che in diversi Paesi dell’ Europa pone un limite anagrafico per l’accesso più basso fissato a venticinque anni (lasciando intendere che tanti Paesi non hanno grandi problemi occupazionali per gli over 26) , soglia che in Italia è stata spostata a ventinove anni tagliando purtroppo fuori ad esempio tutti i trentenni ancora oggi disoccupati che sono un altro grande problema, non sarebbe giusto difatti focalizzarsi solo sulle nuove generazioni ignorando chi c’è prima.

Si stima che per l’Italia siano stati assegnati 1,5 miliardi di Euro per il Piano Garanzia Giovani, quindi questa volta non abbiamo nemmeno l’alibi dei fondi che non ci sono.

Un report ufficiale pubblicato giovedì 9 ottobre sul portale del Ministero, sostiene che sono registrati al Piano Garanzia Giovani 237 mila giovani NEET, le richieste prese in carico sono 53mila, quindi circa il 20%, le occasioni di lavoro al momento sono circa 17mila quindi pari al 7% degli iscritti, delle 17mila occasioni di lavoro il 70% sono al Nord, circa il 14% al Centro e al Sud; in particolare, criticità già evidenziata, le province di Taranto e l’area BAT stanno partendo con forte ritardo.

Ciò che ha maggiormente preoccupato è la poca incisività nella comunicazione del progetto; oggi bisogna comunicare ai giovani che non basta recarsi al CPI per trasmettere la domanda d’iscrizione aspettando di essere chiamati per un colloquio e sperando in un’occupazione provvisoria per fare denaro, ma non si è stati in grado di far capire ai giovani che bisogna considerare questo piano formativo come un punto di partenza per aumentare la propria professionalità e l’attitudine al lavoro, che tutto il lavoro oggi è basato su degli step di crescita (e che quindi il desiderio del ‘tutto e subito’ non è realizzabile in tempi di recessione) e per questo noi abbiamo bisogno dell’esperienza di chi ci ha preceduto, delle persone che hanno portato avanti questo Paese negli anni trascorsi e che devono essere il nostro appoggio affinché i problemi attuali ad esempio su come velocizzare le macchine burocratiche, rendere performanti innanzitutto chi ci lavora dentro e investire su tecnologie e infrastrutture all’ altezza e viaggianti alla stessa velocità del resto d’Europa, vengano definitivamente risolti se davvero vogliamo sentirci europei, visto che l’idea di Europa Unita non nasce adesso ne tantomeno negli ultimi dieci anni.

La comunicazione non può essere sostituita né con miriadi d’interviste né con fotografie e interventi continui sui social network, perché senza ‘la sostanza’, ‘la forma’ non fa altro che allontanare i giovani da questo Paese, e al momento le varie Germania, Francia, Inghilterra sembrano realtà ben più solide, più credibili e più vicine di quanto i confini geografici possano farci credere.

GARANZIA GIOVANI: Programma europeo per favorire l’avvicinamento dei giovani al mercato del lavoro.

http://cronachetarantine.it/index.php/primo-piano/item/1997-garanzia-giovani-programma-europeo-per-favorire-l-avvicinamento-dei-giovani-al-mercato-del-lavoro

Il piano formativo Garanzia per i Giovani , programmato a livello europeo per favorire l’avvicinamento dei giovani al mercato del lavoro , passa inevitabilmente dalla situazione dei centri per l’impiego in Italia che, secondo il Coordinatore Giovani FISTel-CISL  Giancarlo Caracciolo “alla maggior parte dei disoccupati che si recano, in particolare ai ragazzi che interagiscono per la prima volta con il mondo del lavoro, appaiono come una lenta macchina burocratica”.

Indistintamente da Nord a Sud, l’efficacia di assunzione del personale attraverso dei centri per l’impiego è irrisoria, al 2013 non super il 3%, e oltre ad un’inefficacia di sostanza è emblematica anche la gestione delle attività svolte che a volte “si concretizza in diatribe con il personale di turno a causa , ad esempio, dei sistemi informatici che non funzionano;  tutto questo nel 2014 quando nel frattempo su reti mobili avanza la tecnologia 5G ultraveloce”sottolinea il Caracciolo. Ecco qui intervenire Garanzia Giovani “l’intento è di garantire ai ragazzi privi di occupazione, un percorso per il reinserimento in un sistema formativo tale da poter garantire un accesso al mondo del lavoro più semplice. Per quanto riguarda la regione Puglia sarà rivolto a tutti i giovani compresi tra i 15 ed i 29 anni, attraverso funzioni di orientamento, tirocini, servizio civile ed altro” spiega il coordinatore. Il programma in questione fa parte di un disegno più ampio, quello delineato da Europa 2020, una strategia decennale per la crescita e l’occupazione varata nel 2010 dall’Unione Europea , che si pone l’obiettivo di porre rimedio alle carenze del nostro modello di crescita e creare le condizioni per una crescita più all’avanguardia.”Tanto per cambiare qui al Sud andiamo a rilento” sottolinea il sindacalista “ed in particolar modo nel territorio pugliese, come coordinamento FISTel-CISL  giovani Puglia si denuncia la necessità imminente di accelerare i tempi di attuazione del piano Garanzia Giovani che oggi vanno a rilento incastrati in un macchinoso iter burocratico che inizia dallo sblocco dei fondi europei necessari alla formazione per terminare con la partenza effettiva delle formazioni”. In funzione della partenza di questo progetto d’importanza fondamentale “non possiamo permetterci ancora una volta ritardi dovuti al livello obsoleto dei sistemi di digitalizzazione”.

Alitalia – Etihad : volo all’ultima chiamata

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La fusione tra Alitalia ed Etihad Airways è necessaria, lo conferma il ministro delle Infrastrutture e Trasporti Maurizio Lupi, lo ribadisce il segretario generale della CISL Raffaele Bonanni insieme alla CGIL.
Il referendum sugli accordi integrativi che prevedono oltre trenta milioni di euro di tagli sul costo del lavoro, non ha avuto però i riscontri sperati, sostanzialmente c’è l’assenso di CISL e CGIL mentre resta bloccata la posizione della UIL, infatti l’accordo firmato dalle organizzazioni di categoria Filt Cgil, Fit Cisl, Ugl e Usb non è stato sottoscritto dalla UILtrasporti che dovrà indispensabilmente fare un passo indietro.
Parere personale – non può essere un caso che proprio in questi giorni la UILtrasporti abbia tenuto il suo congresso nazionale – che ha visto la conferma del segretario generale uscente Claudio Tarlazzi – e che quindi la mancata firma dell’accordo integrativo e il boicottaggio del relativo referendum indispensabile per l’intesa con Etihad, sia servito in qualche modo alla visibilità della federazione durante i giorni del congresso e della relativa “campagna elettorale interna” –
Il sindacato però deve pensare ad altro e deve tener conto innanzitutto di ciò che necessitano i lavoratori, le parole di Bonanni sembrano una sentenza: «La Uil sta giocando con il fuoco, gli arabi possono anche fuggire perché non sono abituati ai bizantinismi italiani» impossibile dargli torto, perfino lo stesso Ministro Lupi è in linea col segretario generale della CISL definendo «comprensibili solo da un marziano le divisioni sindacali», riferendosi chiaramente alla presa di posizione di ostruzione della UILtrasporti.
Oltre quest’aspetto ci sono altre varianti da analizzare; anche se il referendum tra i lavoratori indispensabile per l’intesa con Etihad ha visto la partecipazione solo di circa il 30% dell’intera forza lavoro di Alitalia a fronte di un quorum del 50%+1, è evidente come determinate categorie – su tutti i piloti e personale navigante – si sono in sostanza astenute dalla votazione seguendo gli inviti di UILtrasporti.
Ciò da vita a un’altra interpretazione del referendum poiché i lavoratori di Alitalia sono divisi tra chi è per la fusione con Etihad – alle condizioni stipulate da Fit-CISL e Filt-CGIL – e chi no, ma non in modo eterogeneo indipendentemente dalla mansione svolta, bensì quasi per reparti lavorativi, dove il settore d’ elite appunto dei piloti e assistenti di volo, seguendo la linea indicata da UILtrasporti, riesce – ad oggi 28 Luglio – a “tenere in ostaggio” oltre tredicimila lavoratori; questo dicono i numeri che sottolineano come tra i 5.400 tra piloti e assistenti di volo ha votato soltanto il 3 per cento dei dipendenti.
In virtù del fatto che come ricordato da Bonanni gli arabi possono anche fuggire“, una presa di posizione come quella della UILtrasporti non giova ai lavoratori, al settore dei trasporti nonché all’ immagine di un marchio come Alitalia che ha bisogno di rilanciarsi nel mondo; sarebbe davvero necessario che il dialogo costruttivo auspicato da Lupi e da Bonanni riprenda al più presto possibile, prima che la chance Etihad prenda definitivamente il volo, quello sbagliato.

Unite The Union e NUT: i sindacati che condannano l’apartheid di Israele

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Torture, crimini di guerra e leggi razziali. Apparentemente questi temi non dovrebbero essere la scaletta di una mozione sindacale – ossia un testo sottoposto al voto in un’ assemblea elettiva – che di norma dovrebbe promuovere gli obiettivi interni legati al lavoro e discutere in linea generica delle politiche di welfare di un determinato territorio o nazione.
Eppure nella fredda e avanzata Inghilterra, più precisamente a Liverpool, Unite The Union, uno dei sindacati più rappresentativi del Regno Unito guidato da Len McCluskey, attraverso una mozione condanna senza mezzi termini l’operato di Israele sottolineando le violazioni dei diritti internazionali oltre che crimini di persecuzione contro il popolo palestinese.
Il sindacato britannico si è detto pronto a lavorare per la sensibilizzazione verso il problema definito “ The Apartheid Wall “ – il muro Apartheid – dal sindacato inglese,  attraverso “più audaci misure, come quelle che erano state adottate contro il regime di apartheid del Sud Africa”.
E qui c’è da considerare che poco c’entra la politica internazionale o prese di posizione di tipo religioso, viste le radici da cui nasce il sindacato britannico, che insieme allo statunitense USW da vita al Workers Uniting, una sorta di unione sindacale tra USA e Regno Unito che si prefissa obiettivi ragionevolmente comuni, tra cui appunto quello indicato di porre rimedio immediatamente ai disastrosi conflitti in Israele.

Tale avvenimento segue di poco quello di Aprile quando il NUT – National Union of Teachers – il sindacato nazionale britannico degli insegnanti, nell’ultimo congresso nazionale ha promosso una mozione sulla Palestina in cui il sindacato “chiede al Governo britannico di perseguire con forza lo smantellamento del muro di 700 chilometri che separa molti palestinesi dalle loro scuole e dalle loro terre”; quella che in Israele chiamano la “barriera di sicurezza”.

Se solo si pensasse come soltanto la cultura vera e imparziale possa portare la pace in queste terre disastrate, la richiesta del NUT pare essere a dir poco lungimirante, restituire l’istruzione al popolo palestinese e allo stesso tempo porre fine alle ire di quello israeliano, un percorso che purtroppo richiederà tanto tempo e ancora tante vittime, ma che pare essere una delle chiavi di risoluzione definitive del conflitto eterno tra Israele e Palestina.

In sostanza i sindacati inglesi ci sono, e sono schierati entrambi verso una visione internazionale di pace, indipendentemente da interessi economici e politici.

Di seguito un link ad un articolo con ulteriori informazioni sulla mozione di Unite The Union

http://www.jpost.com/International/UKs-largest-union-backs-boycott-of-Israel-despite-Labors-calls-to-refrain-361617

Vendesi lavoratori in saldo, offre Groupon – nel frattempo il governo “sconta” i sindacalisti.

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E’ notizia di pochi giorni quella che riguarda i 450 dipendenti – la maggior parte con sede a Milano – di Groupon Italia, leader mondiale nel settore dei gruppi d’acquisto, che sarebbero a forte rischio esuberi, oltre che “dei corpi infetti da eliminare” stando alle dichiarazioni rilasciate dai sindacati di categoria a seguito di una riunione con i vertici aziendali, che però respingono le accuse.

Non soddisfatta di ciò, l’azienda si dichiara pronta a delocalizzare all’estero le attività per fini economici, con lo scopo di tagliare le spese sfruttando un costo del lavoro mediamente più basso, d’altronde un’azienda che basa il suo profitto sull’abbattimento dei costi per i consumatori, non poteva che sposare questa filosofia anche su se stessa.

Una storia che non è proprio una novità per quanto concerne il mercato lavorativo italiano, che sfruttando – e marciando – sull’attuale stato di crisi, è costantemente pronto a varcare i confini a favore di realtà lavorative più economiche.

Nel caso specifico di Groupon, toccherà alle organizzazioni di categoria Fisascat Cisl e Filcams Cgil tutelare i propri lavoratori proclamando un presidio di otto ore a Corso Buenos Aires a Milano per mercoledì 25 Giugno.

Di fronte all’ ennesimo esempio di necessità di manifestare e tutelare i propri diritti come Fisascat Cisl e Filcams Cgil faranno per i lavoratori di Groupon e in virtù delle tantissime necessità che quotidianamente interessano i lavoratori italiani in difficoltà e le relative organizzazioni sindacali, contemporaneamente anche il governo pensa bene di offrire i suoi saldi, e lo fa tagliando di circa il 50% le ore di agibilità sindacali nella pubblica amministrazione.

La scelta è motivata dal governo dalla incombente necessità di tagliare dei costi considerati superflui, che allo stesso tempo crea un precedente pericoloso poiché, oltre al risparmio economico, può aprire le porte all’effetto collaterale – non si sa quanto indesiderato – di un forte alleggerimento del peso della rappresentatività sindacale sia nel pubblico che, perché no, nel privato, dove aziende proprio come Groupon, o come FIAT e come migliaia di altre realtà, si organizzano con azioni e minacce alimentanti il precariato sfavorendo il lavoro pulito e dignitoso.

Per quanto la spending review sui permessi sindacali nella pubblica amministrazione possa risultare – secondo quanto sostiene il governo – opportuna, non bisogna far sì che il sindacato venga delegittimato del suo ruolo di tutela e rappresentanza, onde evitare che col passare degli anni, vi siano sempre più casi come quello sopra citato; a tal punto, anche le famigerate ottanta euro in busta paga diventerebbero sempre più una condizione di circostanza e non un vero aiuto per il Paese, che oggi ha bisogno di combattere un mercato drogato e senza regole.

E’ il call center che chiama, ma la politica non risponde

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Renzo e Silvia sono una coppia che convive da sei mesi, ai rodaggi della loro vita da conviventi fatta tra l’altro di rispetto degli spazi altrui e di condivisione delle responsabilità di una casa, luogo cruciale della loro vita di coppia, che deve inevitabilmente essere gestita da entrambi con accuratezza.

Nella vita frenetica di tutti i giorni però capita di porre attenzione ad alcuni aspetti piuttosto che ad altri, e quindi anche per loro arriva il momento di sbagliare qualcosa; Renzo si dimentica di pagare la bolletta dell’energia elettrica.

Nulla di male se non fosse che dopo una prima fase di sollecito da parte del fornitore di energia non presa in considerazione da nessuno dei due, la coppia si trova improvvisamente senza luce, e quindi privi della possibilità di poter utilizzare elettrodomestici di comune utilizzo quali phon, forno, microonde e televisori.

Renzo decide quindi di contattare telefonicamente il loro fornitore di energia elettrica, ma digitando nervosamente il numero dell’assistenza si rende conto che è difficile, anzi impossibile mettersi in contatto con l’operatore che potrebbe risolvere o accelerare loro i tempi del disagio.

Dall’ altra parte non risponde nessuno, non una volta, ma per tutta la giornata, e così via per l’intera giornata del 4 giugno 2014.

 

Dovrà essere questo lo scenario con cui ci si interfaccerà il prossimo 4 Giugno, per tutti, e per qualsiasi tipo di servizio a cui si vorrà accedere, dall’ energia elettrica alla telefonia, all’ assistenza telefonica per i servizi pubblici, l’intera rete di assistenza call center d’Italia dovrà fermarsi e non rispondere alle esigenze continue di oltre sessanta milioni di cittadini italiani.

 

Come per le catene di montaggio, dove ognuno svolge meticolosamente il proprio compito affinché il prodotto finale sia soddisfacente e risponda perfettamente alle costanti ed esigenti richieste del mercato – siderurgico, tessile o chimico non importa – anche la catena umana dei “problem solver” comunemente conosciuti come gli operatori di assistenza call center, si fermerà per far capire definitivamente al nostro Paese che nella macchina eternamente in movimento che produce economia, denaro, lavoro quindi PIL, ci sono anche decine di migliaia di operatori telefonici che gestiscono a qualsiasi ora innumerevoli problemi, facendo riferimento a specifiche formazioni su dinamiche complesse e avanzate destinate a loro grazie ad accordi tra call center e aziende in appalto (clienti), proprio come quella dell’energia elettrica che fornisce la casa di Renzo e Silvia.

 

Accade inoltre che nel mezzo della loro giornata caotica, Renzo si trovi a dover parlare dei suoi problemi con operatori telefonici che rispondono fuori dall’Italia e che per svariate ragioni non riescono a essere utili alla risoluzione del suo problema, questo perché il fenomeno della libertà di delocalizzazione all’estero delle attività di call center, non è tutt’oggi gestito con intelligenza e serietà, anteponendo gli interessi economici – legati all’abbattimento dei costi da parte dei “clienti” e dei call center – alla qualità e prontezza di servizi da offrire a un’intera nazione costantemente in contatto telefonico per varie necessità.

 

Più efficienza significa avere più rispetto per un sistema di lavoro che oggi subisce passivamente un mercato irregolare – a cui comunque è chiesto di fornire qualità e quantità – che allo stesso tempo reincarna l’essenza del vero precariato, e il 4 Giugno sarà l’occasione da un lato di far valere i propri diritti come lavoratori e dall’ altro, per i “consumatori” come Renzo, di recriminare l’efficienza dei servizi pagati e a cui si ha diritto di accedere ottenendo risposte corrette e la giusta qualità.