
E’ chiaro a tutti che l’attuale crisi, che sta influenzando il futuro dell’Italia, è in realtà una crisi globale del mondo occidentale, che partendo dagli Stati Uniti durante il 2006, ha solo in seguito coinvolto pesantemente l’Europa.
Di fronte quindi al fenomeno globalizzato di recessione, materialmente intesa come diminuzione delle attività produttive, i rappresentanti di chi quei fattori produttivi li sostiene, ossia lavoratori, ma anche aziende, stanno sempre più frequentemente confrontandosi per adottare soluzioni comuni e consone ai problemi vigenti nell’ unione europea e non solo.
In Italia ad esempio CGIL e CISL, seppur con percorsi differenti, in queste ultime settimane hanno deciso di incrementare una linea di dialogo con alcune importanti realtà sindacali europee quali ad esempio la DGB tedesca – il più importante sindacato confederale della Germania – la CGT e CFDT, gli alter ego di CGIL e CISL dei “cugini” francesi, e altre importanti realtà sindacali europee.
Nel vertice promosso dalla CISL “Le relazioni industriali nell’economia verde” link della rassegna stampa si è principalmente discusso circa il futuro del lavoro nazionale ed internazionale, basando l’incontro su un tema di inevitabile avvenire, la green economy e i relativi aspetti che muteranno giocoforza i sistemi industriali verso percorsi economicamente e ecologicamente sostenibili e compatibili sia con le esigenze dei lavoratori, che con quelle industriali.
Come sostenuto da Gigi Petteni, Segretario Confederale CISL, il processo di mutamento del welfare internazionale verso un profilo maggiormente orientato alla green economy, deve avvenire comunque tenendo conto della contrattazione collettiva per “creare nuove strade e rispondere al populismo e alla crisi” e che il tutto avvenga in funzione del fattore chiave della “sostenibilità ambientale”.
L’obiettivo che la CISL si propone coinvolgendo una linea comune europea basata sulla contrattazione collettiva, sulla sostenibilità ambientale e conseguentemente sulla green society, è quindi concreto oltre che oggettivamente responsabile – e forse un po’ tardivo – in virtù sia dei processi di globalizzazione che stanno portando a una continua metamorfosi del welfare internazionale, sia delle necessità impellenti correlate al cambiamento climatico e all’esauribilità dei combustibili fossili del nostro pianeta.
Analizzando parallelamente il percorso condiviso dalla CGIL nel suo vertice sindacale europeo tenutosi ad ottobre, link alla sintesi si evincono certamente le necessità di una metamorfosi del sistema lavorativo internazionale coll’efficientamento del sistema di contrattazione collettiva, ma focalizzando il percorso di sostenibilità non incentrandolo sulla possibilità di un sistema di welfare ecosostenibile, ma lasciando intendere che il problema attuale principale sia essenzialmente di carattere politico “ […] L’Europa deve cambiare: individuare un nuovo percorso per la sua costruzione, mirato ad una architettura istituzionale profondamente diversa […] ”, oltre che evidenziare come “ […] la contrattazione dei salari e delle condizioni di lavoro deve rimanere autonoma responsabilità delle parti sociali […] ”.
Indipendentemente da ogni libera interpretazione personale, si evince come a livello europeo, le linee di CGIL e CISL siano in parte simili, ma allo stesso tempo differenti, poiché laddove la CISL focalizza il suo impegno condiviso con le altre realtà sindacali europee basato sulla green economy e sostenibilità ambientale, nel percorso condiviso dalla CGIL persistono peculiarità di carattere politico e omologate su standard non coerenti con la globalizzazione moderna, dove a mio parere, è inconcepibile che la contrattazione delle condizioni di lavoro possa restare di autonoma responsabilità dei sindacati, anche perché questa presa di posizione rischia di ledere il senso stesso di contrattazione collettiva sostenuto apparentemente da tutte le organizzazioni sindacali.
Questa discordanza difatti, trova in gran parte riscontro in ciò che è avvenuto e che sta accadendo in Italia in queste settimane, il percorso di welfare da condividere con l’Europa quindi, deve essere maggiormente proiettato sull’ ecocompatibilità anche in virtù del rapidissimo avanzamento dell’industrializzazione extra europea che non tiene conto di parametri di sostenibilità che rischiano di ledere irrimediabilmente non solo il futuro del lavoro ma quello dell’intero pianeta.

